Marc Ribot + Fred Frith

Marc Ribot, Chitarra - Fred Frith, Chitarra

Marc Ribot + Fred Frith

Il Fuoco potrebbe essere una storia d'amore come tante, ma non è solo il contenuto della narrazione ad attirare l'attenzione, quanto il modo in cui audacemente questo cede il passo ad una ricerca formale tutta centrata sull'allegoria e sui significati simbolici. Ambiente fertile per due musicisti che hanno fatto della chitarra uno strumento di sperimentazione, di ricerca, talvolta di esasperazione o quasi di violenza dell'estetica musicale. Marc Ribot e Fred Frith si trovano insieme sul palco, dopo essersi già incontrati in passato, in particolare per la registrazione dello split album "Sounds of a Distant Episode". Quello del 12 agosto sarà comunque l'incontro tra due delle personalità più originali della scena musicale contemporanea. Pur diversi, i percorsi esistenziali e professionali dei due artisti hanno come denominatore comune la ricerca nel campo della chitarra solista e il conttato con la multiforme realtà musicale newyorkese.
Fred Frith, polistimentista inglese, è tra i fondatori del gruppo di rock avanguardistico degli "Henry Cow". La sua ricerca sulle potenzialità offerte dal suo strumento di predilezione, la chitarra, si concretizza però con il trasferimento a New York e con la registrazione, nella seconda metà degli anni '70, di tre album frutto delle sue sperimentazioni armoniche e compositive. Ma il suo talento musicale lo ha portato a cimentarsi con tastiere, xilofono, banjo, sax, violino, fino ad imbracciare il basso nella formazione dei "Naked City" di John Zorn.
Nato in America, Marc Ribot è invece un provocatore, un creatore di dissonanze e di cacofonie senza le quali, però, alcuni dei migliori dischi di Tom Waits ("Mule Variations" su tutti, ma anche "Rain Dogs" e "Frank's gold years") e di Vinicio Capossela (con cui a collaborato anche all'ultimo disco, "Ovunque proteggi") non sarebbero gli stessi. Forte sperimentatore, anche Marc Ribot ha collaborato, nella sua fase più innovativa, con John Zorn. Ma il suo catalogo di frequentazioni comprende anche Don Byron, Arto Lindsay e l'Arkestra di Sun Ra, oltre che, nei primissimi anni '80, i "Lounge Lizards" di John Lurie.

 

Il Fuoco (Italia, 1915)
Regia: Giovanni Pastrone; soggetto: Febo Mari; fotografia: Segundo de Chòmon; con: Pina Menichelli (la poetessa), Febo Mari (il pittore Mario Alberti); produzione: Itala Film, Torino; anno: 1915; lunghezza originale: 1100m; prima visione romana: 29.4.1916. Dati della copia: 35mm, positivo, triacetato, colore, 1035 m, didascalie italiane

Sinossi
Tra le canne ai bori di un fiume avviene l'incontro tra un ingenuo pittore e una misteriosa poetessa. Da allora l'uomo non sarà più lo stesso; la poetessa - nessuno dei due personaggi è mai chiamato col nome proprio - lo trascinerà in una relazione passionale destinata a lasciare dietro di sé solo cenere. Abbandonato dall'amante e persa l'ispirazione, a nulla valgono le attenzioni della vecchia madre; dopo essere stato pubblicamente disconosciuto dalla donna che ama il pittore perderà la ragione. Nella cella in cui vive ormai rinchiuso, ha tracciato su tutti i muro la sagoma del gufo, animale simbolo della donna che lo ha rovinato.

Articolato in tre parti simmetriche, "la Favilla", "la Vampa", "la Cenere", il film realizzato da Pastrone con lo pseudonimo di Piero Fosco, è certamente uno dei primi esempi di costruzione formalizzata del testo e della narrazione, esemplarmente raccolti attorno alla folgorante storia d'amore tra una poetessa affermata e un giovane pittore. Il film, d'indubbia ispirazione dannunziana (fra l'altro riprende anche il titolo di un romanzo di D'Annunzio) costituisce l'esperienza di maggior rigore linguistico di Pastrone e intesse tutta una seria di interazioni simboliche tra lo sviluppo narrativo e l'orizzonte visibile.
Con una grande attenzione alla composizione dell'immagine, Pastrone da un lato elabora una scenografia decorativa e insieme funzionale alla costruzione della tensione narrativa, e dall'altro valorizza la diva Pina Menichelli, ora donna-gufo, ora donna-serpente, disegnando una figura di femme fatale, di dark lady che conquista e distrugge la propria preda.
Più nitidamente che altrove Pastrone delinea ne il Fuoco una logica della messa in scena pienamente consapevole non solo delle esigenze di organizzazione del set e dello sviluppo narrativo, ma anche e soprattutto della necessità di strutturare in una forma visivo-dinamica la scala dei piani e il movimento degli attori, la durata delle inquadrature e il montaggio.
Il Museo Nazionale del Cinema ha avviato un programma di recupero, di restauro e di colorazione di film muti italiani con particolare attenzione alla grande stagione del cinema torinese.
Il lavoro su Il Fuoco è stato realizzato sulla base della documentazione dei quaderni di produzione e del visto di censura del film, nonchè degli spezzoni di positivo con indicazioni di colore e di materiale nitrato colorato di produzione Itala, conservati presso il MNC.

 
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